Il presidio di Bosco Ospizio non solleva solo la questione della difesa del territorio dall’ennesima cementificazione, ma mostra anche il fallimento di un modello di politiche economiche incentrate sulla alleanza pubblico-privato come sostegno alla crescita e allo sviluppo delle citta e ci spinge a ripensare le lotte in una prospettiva di trasformazione sia delle sue forme che delle sue prospettive. È un dibattito che attraversa gli spazi sociali di Reggio Emilia da molto tempo, dopo le tante battaglie condotte a difesa del territorio e della agibilità politica. Un dibattito che coinvolge sempre più realtà attive in tante parti del mondo, e che riteniamo opportuno che si allarghi e si approfondisca, perché le lotte siano anche luogo di dialogo e di crescita soggettiva.
Il partito ecologista nacque da un peccato originale, la sua separazione dal movimento operaio. Esso si formò come autonoma forza politica, che voleva distinguersi dagli altri partiti dichiarandosi a-politica, ponendo la difesa della natura come scopo prioritario ad ogni altro scopo politico, di rango superiore e perciò disponibile ad alleanze trasversali. La natura veniva in questo modo idealizzata, come qualcosa di separato dalla civiltà, che andava difesa dalla civiltà. È stato il tempo dei parchi naturali, della difesa degli ecosistemi, della creazione di aree in cui gli esseri umani poteva accedere come visitatori, escursionisti, naturalisti.Mentre la civiltà, nemica della natura, continuava liberamente a sfruttare, inquinare, distruggere. La questione che univa la natura e la civiltà era la scarsità delle risorse e l’eccessivo consumismo. Sono stati i cambiamenti climatici ad imporre un nuovo sguardo alla questione ecologica. Si è preso atto che le attività umane avevano prodotto un cambiamento della biosfera terrestre, una nuova era geologica. Il rapporto tra natura e civiltà non riguarda allora più la scarsità delle risorse, né l’eccessivo consumo, ma il modo di produzione. La natura stessa, il clima e le condizioni di possibilità della vita, è riconosciuta come un prodotto della civiltà, non limite ad essa, né altro da essa.
L’ecologia politica si occupa perciò del modo di produzione, e contribuisce alle decisioni su quale natura produrre. La civiltà, le città, la campagna, le risorse che si estraggono dalla terra e dal mare, non sono altro dalla natura, sono la sua stessa produzione. I campi e le miniere, le città e le industrie, le case e le strade, la CO2 e le estinzioni, sono la natura che produciamo. Se per natura non possiamo più intendere ciò che intendevano i filosofi dell’antica Grecia e quindi non più ciò che sorge spontaneamente ma ciò che noi stessi produciamo, allora occorre andare oltre la difesa della natura pensando che le singole iniziative acquistino tutto il loro senso nella prospettiva di rendere possibile e praticabile la trasformazione del modo di produzione. Che la natura sia un prodotto dell’attività umana è da intendere come un progresso, se riusciamo ad intendere progresso come qualcosa in più dello sviluppo. Progresso è il divenire storico, cioè produzione consapevole, della relazione che abbiamo con tutti gli altri esseri viventi e non viventi che costituiscono quella natura di cui siamo parte. Occorre ripensare da capo la produzione e l’economia, ripartendo dal suo originario significato di “regole per il governo della oikos”, dove la casa è la casa di tuttə: l’ecosfera, l’ambiente, i territori. Ma non può esserci progresso senza emancipazione, che nel nostro presente è innanzitutto emancipazione dallo sfruttamento, dai rapporti di produzione capitalistici.
Ritornare ad unire il verde e il rosso, lotta per un nuovo metabolismo della terra e lotta contro lo sfruttamento. La decrescita non è possibile senza sottrarre risorse al capitalismo, senza riduzione dell’orario di lavoro e senza redistribuzione della ricchezza. E non si possono sottrarre risorse al capitalismo senza destinarle a un altro modo di produzione, che abbia la cura del territorio e la giustizia come suo scopo. Per produrre una natura diversa da quella prodotta attualmente occorre cambiare il modo di produzione. Cosa complicata, che certo non avviene in modo istantaneo, ma possibile se si tengono insieme due azioni complementari. Restituire risorse e capacità di iniziativa alla sfera pubblica, a partire dalle istituzioni della democrazia rappresentativa (che è una conquista delle lotte e luogo di contesa tra forze politiche) in cui si decide della distribuzione della ricchezza e della direzione degli investimenti e al contempo rafforzare e ampliare le forze produttive della produzione del bene comune il cui scopo non è la produzione di una eccedenza di ricchezza ma il benessere e una giustizia senza cui diritti individuali e diritti collettivi, benessere ed equilibrio ecologico, non trovano conciliazione.
Tutto ciò presuppone un altro profondo cambiamento, un altro elemento costitutivo dell’ecologia politica: la politica come essere parte, sia nel suo significato di parteggiare, che in quello di parzialità. Si danno forme dell’agire politico che assomigliano al moto perpetuo: privi di ogni attrito con la superficie del mondo, si autoalimentano per forza propria. Queste forme non si sono interrogate sulle forme e funzioni del potere, né su come siano cambiate nel corso del tempo. Il potere rimane un tutt’uno indistinto, a cui contrapporre un altrettanto indistinto contropotere. Essere parte di un sistema ecologico richiede la capacità di riconoscere le varie articolazioni del potere, di decidere da che parte stare e di riconoscere le altre parti, evitando di agire inseguendo ideali a-storici.






