Cosa ci racconta la tempesta nata intorno a Reggio Children in questi giorni? Quale idea di città restituisce? Come possiamo dare continuità al dibattito e alla mobilitazione che, coinvolgendo educatrici, insegnanti, genitori, studentesse e cittadinanza, ha portato alla rinuncia delle scuole statunitensi? Vogliamo provare a dare delle risposte, consapevoli che le possiamo formulare meglio solo se continuiamo a trovare luoghi e momenti di confronto vero.
Vogliamo partire da un dato spesso dimenticato nel dibattito: i nidi e le scuole di cui parliamo sono servizi pubblici, che funzionano grazie alla gestione diretta del Comune. Servizi con cui la città ha un legame profondo, non solo perché viviamo i nidi e le scuole dell’infanzia come genitori e lavoratrici, e perché un tempo siamo state bambine e bambini nelle scuole, ma perché il sistema 0-6 anni di Reggio Emilia ha sempre saputo andare oltre le mura delle scuole per essere parte della città pubblica, ponendo i diritti dell’infanzia al centro di Reggio Emilia. Volgendo lo sguardo a comuni vicini vediamo come sempre più servizi educativi comunali vengono privatizzati; una tendenza preoccupante contro cui crediamo sia importante porre un forte argine come città.
In queste settimane la cittadinanza ha posto dei temi critici alle Istituzioni, organizzandosi in una molteplicità di modi: scrivendo documenti, raccogliendo firme, partecipando negli istituti partecipativi, organizzando momenti di confronto e di protesta. Pensiamo che questo sia un esempio di partecipazione straordinaria: proprio perché c’è un legame con i nidi e le scuole, le persone si sono organizzate e hanno riempito la parola partecipazione di significato.
Di fronte alle critiche e alle proposte poste dalla cittadinanza abbiamo visto come le istituzioni hanno fatto fatica a stare nel dibattito pubblico, dando comunicazioni poco chiare e spesso contraddittorie. In questo modo il rapporto di fiducia tra città e istituzioni rischia di incrinarsi ulteriormente, allontanando gli abitanti del territorio dai servizi comunali. Partecipazione significa anche lasciare spazio al conflitto e al confronto tra idee diverse, vuol dire lasciare aperta la porta in modo che le decisioni prese in passato possano essere riconsiderate e che insieme si possano fare scelte diverse per il futuro.
Per fare un esempio: rispetto le 22 insegnanti in visita da Israele questa settimana le informazioni sono state nuovamente poche e contraddittorie. Vorremmo che Reggio Children, Istituzione nidi e scuole dell’infanzia dessero informazioni semplici e chiare in merito alla natura della delegazioni. Pensiamo che sia una questione di rispetto per le famiglie, il personale educativo e la cittadinanza che si sono mostrate preoccupate di fronte all’arrivo di scuole che potrebbero appoggiano il Governo genocida di Netanyahu e l’IDF, al tempo del genocidio. Che legame ha il gruppo in visita con uno Governo e un esercito che negli ultimi tre anni si è reso responsabile della morte di oltre 21.000 bambine e bambini?
Nelle dichiarazioni pubbliche emerge anche una contraddizione: a volte viene riportato che il gruppo abbia firmato il documento “Per una scuola democratica e partecipata”, altre volte viene smentito. Perchè non dare informazioni chiare e coerenti? In questo modo è inevitabile pensare che ci sia qualcosa che si cerca di velare.
Per recuperare fiducia e per riconoscere davvero i principi della democrazia annunciati nel manifesto pensiamo sia importante accogliere le istanze che sono emerse in questo periodo anche attraverso strumenti di partecipazione diretta come i consigli e la consulta dell’infanzia, che hanno chiaramente chiesto che non vi siano connivenze con il Governo israeliano. Pensiamo, quindi, che l’Istituzione nidi e scuole dell’infanzia, e Reggio Children SRL, che per 51% è del Comune di Reggio Emilia e Fondazione Reggio Children debba esprimersi in modo chiaro e inequivocabile contro il genocidio a Gaza e l’occupazione in Palestina perpetrata dal Governo d’Isreale.
Perchè non lo fa? Sappiamo che c’è una forte pressione da diverse parti per tentare di soffocare le mobilitazioni contro il progetto coloniale e suprematista di Israele, esemplificato dal disegno di legge 1004 in discussione al Senato, che equipara la lotta contro il sionismo con l’antisemitismo. Una Legge che sposta il baricentro dalla fondamentale lotta contro il razzismo e le discriminazioni contro gli ebrei ad uno strumento di repressione contro chi critica Israele e si mobilita per fermare il genocidio a Gaza. All’interno di questo disegno di legge è stato assorbito anche quello parallelo proposto da Delirio, che ancora ha un grande impatto su Reggio Emilia. È importante che l’accusa di antisemitismo venga respinta in modo netto e semplice. La città non può essere attaccata da chi mistifica la realtà e confonde i concetti. Rigettiamo gli attacchi delle destre sioniste e locali che ricadono sulla città nel tentativo di inquinare il dibattito politico nato dalle mobilitazioni di queste settimane. Perché ogni riflessione non può essere avulsa da ciò che succede a livello nazionale su questo tema.
Cosa fare dunque? Noi pensiamo che sia importante che il dibattito rimanga pubblico. Che sia la città a discutere di qualcosa che è intrinsecamente politico, che riguarda il territorio e i suoi legami internazionali e che riguarda la sua idea d’infanzia, di scuola, di città e di mondo. Pensiamo che le Istituzioni si debbano assumere la responsabilità di dare notizie chiare e di non rimandare il dibattito fino alla prossima volta che si ripresenta la situazione. Reggio Emilia ha una lunga storia di sostegno alle lotte di liberazione anticoloniale come il Mozambico e il Sudafrica dell’apartheid.
Riprendiamo questo filo storico per condannare le forme di colonialismo e suprematismo di oggi in modo che le bambine e i bambini che crescono nella nostra città un giorno possano raccontare la storia di Reggio Emilia con orgoglio, come una città che ha saputo stare dalla parte della vita e della libertà in un tempo di guerre e genocidi.






