Lo studio di Rodrigo Nunes è condotto dall’interno dei movimenti degli ultimi decenni, e dal loro più evidente limite: l’incapacità organizzativa che ne ha determinato il rapido esautoramento. Alla sua proposta teorica va integrata una proposta pratica (con la chiara intenzione di togliere il terreno da sotto i piedi ai teorizzatori di ogni sorta).
Il presupposto delle riflessioni di Nunes è che il mondo attuale ha una complessità che nessuna intenzione soggettiva e nessuna organizzazione collettiva può pensare di esaurire. Sulla base di questo presupposto vengono criticati quei modelli organizzativi, che costituiscono i poli opposti di una dialettica politica che ha bloccato anziché alimentato I movimenti degli anni duemila: l’autorganizzazione e Il partito. Entrambi hanno assunto la forma, all’interno del dibattito politico, così come lo rappresenta Nunes, di miti. L’autorganizzazione non è altra cosa dall’organizzazione, né è una forma. La sua pretesa di orizzontalità, che non può mai essere praticata in assoluto, diventa un ideale che di fatto si trasforma nella soggezione a un leaderismo irriflesso e pericolosamente affine alla cultura politica delle destre illiberali, oppure in una incapacità di agire, in una passivizzazione autocompiacente e non meno pericolosa. Dal lato del partito la sua mitizzazione è del tutto resa evidente dal semplice dato di fatto che i partiti non esistono. Abbiamo a disposizione gruppi identitari, collanti ideologici più o meno tenaci, ma di fatto i partiti o hanno la forma e funzione di liste elettorali che provano ad aggredire il tema delle istituzioni politiche della democrazia rappresentativa o si limitano alla autoriproduzione di militanti tanto più ferrei quanto più isolati.
La ragione del perdurare di questa dialettica tra due cose che non esistono, cioè autorganizzazione perfettamente orizzontale e il partito che guida le masse, Nunes la riconduce, con notevole acume filosofico, alla melanconia, che vede nelle sue due attuali declinazioni: la melanconia del 1917 e la melanconia del 1968. La melanconia è il sentimento proprio alla forma di vita della modernità, quella del soggetto che oggettivizza il mondo, a cui fa da pendant la spiritualizzazione della vita. Nella loro falsa dialettica ciò che viene a mancare, ciò che viene occultato e negato è Il vivente nella sua concretezza storica.
Così Walter Benjamin ne sintetizza la fenomenologia
… l’oggetto diventa allegorico sotto lo sguardo della malinconia, questa lascia scorrere la vita via da esso e l’oggetto rimane come morto, ma assicurato in eterno… quell’oggetto è ormai del tutto incapace di irradiare un significato, un senso; il suo significato sarà quello che l’allegorista gli assegna… nelle sue mani la cosa diventa qualcos’altro, per mezzo di essa egli parla d’altro, e la cosa diventa la chiave per accedere al regno di un sapere segreto… Questa è l’essenza dello sprofondamento malinconico: che I suoi oggetti ultimi, nei quali esso credeva di toccare il fondo, si capovolgono in allegoria … esistonosoloin essa, è solo e unicamente allegoria, significa qualcos’altro da ciò che è. E precisamente significa il non essere di ciò che rappresenta… Essi non sono reali, e ricevono il proprio significato solo dallo sguardo soggettivo della melanconia: essi sono questo sguardo, annientato dai suoi prodotti, perché essi significano soltanto la sua cecità…
Sulla base di queste premesse Nunes elabora la sua proposta teorica di organizzazione, fondata sul paradigma ecologico. Se i suoi suggerimenti, che emergono evidentemente da una costante partecipazione ai contesti “di movimento”, sono del tutto condivisibili, la logica che li muove sembra riproporre quella dell’etica antica: la ricerca del giusto mezzo tra gli estremi. Se la leadership deve essere un posto vuoto che solo in modo occasionale e temporaneo può essere occupato, se l’avanguardia non è detentrice di un compito storico universale, se ogni singolo agente organizzato deve essere consapevole della propria parzialità e della non autosufficienza e quindi agire per aprire spazi politici percorribili dall’insieme del movimento, se tutto questo distingue chi opera come forza di attivazione e non come forza che frena e disgrega, rimangono ancora suggerimenti di cui tenere conto, che possono nascere solo da una prassi che si misuri con la concretezza del momento storico in cui agisce. Devono allora emergere altri limiti che hanno caratterizzato i movimenti degli ultimi decenni. In primo luogo il loro stesso percepirsi come momenti di un movimento esistente, dato, di cui si è parte, a prescindere di ogni considerazione di senso, di direzione, di prospettiva. Fin dove questa specifica cecità può condurre lo abbiamo visto durante la recente pandemia, dove in tanti si sono radunati in piazze guidate esplicitamente dalle destre, alimentato conflitti orizzontali, elevato le proprie convinzioni in verità assolute, ceduto a narrazioni complottiste – il fantasy al potere. Disertando al contempo piazze e iniziative che collocavano quella pandemia in una più ampia critica delle crisi globali e soprattutto nella pratica della solidarietà, nella rivendicazione del finanziamento dei servizi sociali e sanitari pubblici, nella richiesta di tenere aperte le scuole come luogo di socialità primaria che doveva essere garantita trasformando la didattica e rendendo sicuri i suoi spazi.
La discontinuità dei movimenti ha le sue radici anche in questa percezione del “movimento” come qualcosa di già dato, e che basta andare in piazza per farne parte. Esistono invece specifiche e determinate condizioni storiche, che qualificano e danno senso ai movimenti ed offrono gli strumenti per distinguerli. La storia non è uno strumento per predire il futuro, ma ci dice di cosa è frutto il presente, quali sono le forze che vi agiscono, e soprattutto ci offre la possibilità di leggere il passato, di cui è essenziale riappropriarsi se non si vuole rimanere sospesi in un tempo vuoto e senza senso, dove la vita è vissuta nella sua sola dimensione individuale, necessariamente preda di forze che ci sovrastano e sovradeterminano. Riappropriarsi del passato, ricostruire la propria tradizione, sapere che vi è una direzione che procede da ben prima di noi, e che raccoglierla per portarla avanti è un compito da assumersi e non un semplice ricordo da onorare. Con questa disposizione possiamo anche comprendere ciò che altrimenti rimane solo un paradigma. Una organizzazione “ecologica”, o una “ecologia” dell’organizzazione, ci può dare un’immagine, appunto una teoria ma non una pratica. Questa può provenire solo dalla consapevolezza della direzione, delle traiettorie entro cui ci muoviamo, traiettorie che non dipendono dalla volontà di qualcuno ma che sono iscritte nel corso di un tempo più lungo del corso di una vita.
In quanto eredi di una tradizione possiamo capire cos’è il movimento in cui, nella parzialità e non autosufficienza, ci organizziamo. Il movimento operaio del Novecento ha anch’esso avuto una pluralità di organizzazioni, con elevati conflitti interni. Ma tutti potevano ritenersi parte di un unico movimento poiché tutti rivendicavano la stessa direzione, il socialismo.
Emerge qui l’altro limite dei movimenti degli ultimi decenni. Essi, tutti, hanno avuto un referente esterno ed anzi nemico. Tutti si sono rivolti a chi comandava perché cambiassero le loro politiche. Summit mondiali e governi nazionali sono stati coloro a cui ci si rivolgeva o contro cui si contestava, senza neppure prendere in considerazione l’ipotesi di costruire una propria forza in grado di prenderne il posto. Un esito alquanto bizzarro di questi movimenti è l’aver scambiato la delega con la partecipazione alla democrazia rappresentativa, recedendo da quest’ultima e consegnandola alle destre estreme. Si delega non quando si vota, che invece dovrebbe essere una prassi, più o meno efficace, di appropriazione di una delle più importanti conquiste del recente passato. Si delega quando si lascia ad altri il potere di decidere. Non è sufficiente il voto e la partecipazione alla democrazia rappresentativa, ma da essa si parte per andare avanti, piuttosto che abbandonarla per retrocedere. Lo scontro che alimentava la sinistra storica era se il proletariato fosse pronto per la rivoluzione o se fosse necessario procedere con le riforme in attesa della maturazione delle coscienze, Se il proletariato potesse vincere da solo o se aveva bisogno di alleati nella borghesia progressista. Oggi queste dicotomie non si pongono più. Ma non di meno in gioco non è il cambio di alcune o tutte le politiche che oggi vengono adottate, da quelle belliciste a quelle energetiche, da quelle redistributive a quelle neocolonialiste. Il tema è ancora quello di un nuovo modo di produzione e di organizzare tutte le forze che si muovono in questa direzione. Con consapevolezza e determinazione. L’ecologia, così come il conflitto, saranno l’esito di prassi che spingono in avanti la storia e non si accontentano facilmente.
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