Gli attacchi dell’attuale governo ai centri sociali occupati, che da 50 anni costituiscono luoghi di organizzazione e di espressione libera ed alternativa alla cultura del potere e alla società dello spettacolo, è un attacco anche alla sinistra che governa le città e le Metropoli italiane. Una sinistra che da diverso tempo ha reciso i propri legami con buona parte della società attiva capace di autorganizzarsi, ed ha subito il mito della legalità che oggi la destra declina nella sua estremistica destinazione di repressione, militarizzazione e guerra.
È ormai il tempo di avviare una riflessione serie ed approfondita sul rapporto tra legge e diritto, tra movimenti sociali ed istituzioni della Repubblica, per tornare a porre al centro i problemi reali sconfiggere le destre estreme e mandare a casa questo governo.
Tra legge e diritto vi è una relazione molto stretta, che ha bisogno di essere indagata.
La legge è da sempre oggetto di critica e di opposizione. La pratica di azioni illegali e fuorilegge ha svolto la funzione di rottura di relazioni sociali e politiche che risultavano storicamente superate dai processi di emancipazione, di strutture di potere non più rispondenti alle nuove condizioni storiche. La legge è stata anche oggetto di critiche che hanno fatto emergere con chiarezza il suo limite intrinseco e aperto contraddizioni irrisolvibili tra legge e giustizia, tra legale e legittimo, tra volontà e realtà.
Eventi del passato remoto rappresentano ancora oggi i limiti e le contraddizioni della legge e del primato della legalità. Si pensi alla vicenda narrata nella Tragedia di Sofocle in cui Antigone contrappone alla legge della Polis una più universale legge umana e divina. Oppure a Paolo di Tarso, che contrappone alla legge la fede, trasformando la redenzione da promessa a prassi esistenziale che si svolge fuori dalla legge, nelle ekklesie dei fedeli che agiscono la resurrezione a nuova vita “traendosi fuori” da ciò che per legge li rende divisi, tra schiavi e liberi, ricchi e poveri, ebrei e pagani, per ritrovarsi solidali come figli di un unico Dio. Nei conflitti da cui è sorta l’epoca moderna la legge si è separata dalla volontà del sovrano assoluto. Sopra la legge si poneva una dichiarazione che stabiliva i diritti naturali e inviolabili, i limiti oltre i quali la volontà del sovrano e le leggi perdevano la loro legittimità e validità. Ma per la borghesia liberale, che era uscita vincitrice da quei conflitti, i diritti erano quelli che garantivano la proprietà e la libertà dell’individuo proprietario, così che le solenni dichiarazioni dei diritti universali potevano convivere con guerre di conquista, oppressione dei popoli, genocidi, schiavitù e sfruttamento.
Ma la contraddizione non era più tra legge umana e legge divina, tra legge e fede, diventando una contraddizione tra legge e diritto. In questa contraddizione si è alimentato il fascismo europeo del secolo scorso, che l’ha risolta a favore di una legge ritornata ad essere espressione della volontà del duce, del capo assoluto del popolo privato di ogni diritto e assoggettato alla discrezionalità della forza e della violenza di un potere senza più limiti. La guerra civile tra fascismo e antifascismo ha segnato un profondo cambiamento, una conquista che dobbiamo raccogliere, difendere e portare avanti verso il suo più ampio compimento. Le costituzioni Repubblicane. e in particolare quella italiana, vanno molto oltre le dichiarazioni dei diritti dell’ottocento, stabilendo che i diritti non sono tanto un limite alla legge, alla volontà del sovrano e del legislatore, ma dirigono la legge. Compito delle leggi è attuare la costituzione, rendere effettivi I diritti, “rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale” (art. 3)
Le lotte dei decenni post bellici hanno fatto sì che si formassero leggi che attuavano la costituzione incidendo e modificando diversi aspetti della vita sociale ed economica. Si pensi alla riforma agraria, allo statuto dei lavoratori, al divorzio, alla chiusura dei manicomi, alla depenalizzazione dell’aborto, alla Legge 833 del 1978, alla Legge Seveso e a tante altre. Le trasformazioni degli ultimi decenni hanno creato una distanza tra un sistema politico sempre più chiuso ed autoreferenziale e una società che è diventata sempre più emancipata, capace di autorganizzarsi, di comunicare, di condividere esperienze e di creare iniziative sociali ed economiche lontane dai fondamenti dell’economia borghese, dalla competizione, dalla accumulazione e dalla concentrazione della ricchezza.
Le leggi si sono così allontanate dai diritti costituzionali e dalla loro attuazione, ritornando ad essere espressione di una volontà politica astratta. La realtà, nelle interpretazioni del sistema politico, si è ridotta a fenomeni isolati, per quanto gravi, a cui si è provato a rispondere ponendo restrizioni e limiti, invece di incidere per cambiare le condizioni che alimentano quei fenomeni. Così si è risposto ai movimenti migratori globali con leggi sempre più repressive e penalizzati, al terrorismo internazionale con stati di emergenza e guerre, alla pandemia con lockdown e isolamento sociale. Questa deriva ha creato una distanza tra evoluzione della società e percezione delle forze politiche, che non sono più in grado di dare risposte positive, di ampliare i diritti, creando una situazione in cui la legge è tornata ad essere uno strumento di potere, teso a salvaguardare un sistema ormai inadeguato e regressivo rispetto ai cambiamenti e all’evoluzione dei rapporti sociali e delle dinamiche che le attraversano.
È in questo panorama che le destre ritornano ad essere la forza politica più adeguata a difendere lo status quo, a usare la legge contro i diritti, a esercitare la forza e la violenza con la discrezionalità che è loro propria.
Ristabilire la relazione tra legge e diritti, ritornare a restituire alla legge il ruolo che le compete di attuazione della Costituzione, di superamento delle condizioni che limitano “di fatto” la piena partecipazione democratica alla vita sociale, economica e politica, è un compito che spetta alla politica e alle istituzioni, ma a cui deve dirigersi anche la società, con le sue mobilitazioni, la sua autorganizzazione, le sue iniziative, per ricucire la distanza che è diventata anche distanza dalle lotte e dalle conquiste del passato.






