Dopo anni di incontri, convegni e dibattiti sui fatti dell’alto adriatico facciamo il punto rispetto a come la destra, su quelle vicende, ha costruito la propria forza e il proprio consenso. Cerchiamo di tracciare il disegno politico al quale la narrazione fasulla alla base del Giorno del Ricordo è stata – ed è – ancora funzionale.
In Italia la destra ha sempre avuto un ampio seguito e ha mantenuto nel tempo un consenso elettorale significativo. Ogni fase storica ha avuto la propria destra. Fino a pochi anni fa, essa si presentava come profondamente conservatrice e cattolica, ma pur sempre all’interno di un quadro liberal-democratico, coerente con lo spirito dei tempi del dopoguerra e con l’evoluzione del pensiero occidentale. Allo stesso tempo, è sempre esistita una destra estrema – quella missina prima e postfascista poi – che, pur mantenendo percentuali di voto contenute, ha potuto contare su un nucleo di militanti costante e radicato. A questa si affiancano numerosi gruppi e movimenti extraparlamentari che, nel corso della storia della destra italiana, hanno avuto e mantengono tuttora un ruolo abbastanza centrale. Fin dall’inizio, il Movimento Sociale Italiano, pur presente in Parlamento ma escluso dall’arco costituzionale, e i movimenti neofascisti successivi, sono riusciti a esercitare una forte influenza sulla destra più ampia. Non solo ne hanno orientato il pensiero e l’azione, ma hanno anche contribuito a rendere presentabili e accettabili — non solo per la propria base — idee e principi di matrice radicale, fino a farli entrare nelle istituzioni repubblicane. È con la crisi del modello neoliberale del 2008 che si apre una fase di trasformazione decisiva per la destra italiana, culminata con l’ascesa di Fratelli d’Italia, oggi forza egemone del campo di destra. Lo storico bacino elettorale di destra non ha mai conosciuto oscillazioni estreme, ma dalla fine della Prima Repubblica in poi si è verificata una rilevante mobilità interna, sempre pronta a spostarsi verso quel leader in grado di promettere soluzioni immediate ai problemi del presente, senza preoccuparsi troppo del futuro. Del resto, un pensiero politico che guarda più al passato che al domani — e lo fa mitizzandolo — non può essere né propositivo né emancipatore. Gli ultimi tre anni di governo Meloni confermano questa natura della destra italiana, segnata da una progressiva regressione ideologica e politica, parallela all’assorbimento di concetti, pratiche e linguaggi provenienti dall’estrema destra. Si è passati da una destra liberale, conservatrice e garantista a una destra nazionalista, securitaria e carceraria.
Fratelli d’Italia nasce infatti dagli ultimi irriducibili della tradizione missina, quelli di “Colle Oppio”, legati al ricordo cameratesco dei morti di Acca Larentia. Nasce all’estrema destra dello spettro politico e non è un caso che mantenga ancora oggi rapporti con il mondo neofascista extraparlamentare. È da questo legame storico che ha origine quello che possiamo definire “Metodo Foibe”, la matrice di un più ampio progetto politico che, negli anni, ha finito per strutturare la narrazione e la forza dell’attuale destra di governo.
Il “Metodo Foibe”
Con questa espressione si intende l’insieme di pratiche e strategie nate attorno alla vicenda delle foibe e dei fatti dell’Alto Adriatico a cavallo della Seconda guerra mondiale. Fin dagli anni del dopoguerra, la destra neofascista — erede diretta del passato regime — ha cercato di ribaltare la lettura storica di quegli eventi, denigrando la resistenza jugoslava e santificando gli italiani come vittime innocenti, sostenuta da un apparato statale che, pur nato dalla Resistenza, conteneva ancora molti funzionari provenienti dal ventennio fascista.
Negli anni successivi, grazie al perdurare dell’ “argine costituzionale”, questa narrazione restò confinata nell’ambito neofascista. Ma con la fine della Prima Repubblica e lo “sdoganamento” dei neofascisti di Alleanza Nazionale da parte di Silvio Berlusconi, l’argine cadde. Da quel momento la destra poté lavorare sistematicamente alla revisione della storia fino a raggiungere un primo, grande obiettivo: l’istituzione del “Giorno del Ricordo”. Questa giornata commemorativa nasce da un racconto fortemente distorto: costruito su invenzioni, omissioni e falsi storici, trasforma gli italiani in vittime e gli slavi in carnefici, ribaltando completamente l’andamento storico dei fatti. Il “Metodo Foibe” consiste proprio nel manipolare episodi reali, privandoli del loro contesto, e nell’inventare dettagli o notizie capaci di sostenere la narrazione del martirio e dell’eroismo nazionale. La disumanizzazione dell’altro — dello “slavo” e del “comunista” — è un tratto tipico di queste operazioni e richiama direttamente le pratiche propagandistiche tipiche della destra storica. La loro efficacia è evidente: il racconto che fino a metà anni novanta era rimasto confinato nell’alveo e nella propaganda neofascista è oggi diventato, di fatto, narrazione di Stato, patrimonio identitario condiviso e acriticamente accettato anche dalle istituzioni.
Per consolidare questo impianto retorico, la destra ha costruito simboli e “martiri” utili alla causa: dalle leggende su Norma Cossetto alla creazione della foiba di Basovizza come luogo simbolico, fino alle falsificazioni più recenti come la “strage di Vergarolla” o il “treno della vergogna”. Ancor più inquietante è che questa narrazione viene oggi imposta anche nelle scuole, attraverso bandi ministeriali che non lasciano spazio alla ricerca autonoma e alla complessità storica, ma prescrivono una “verità” ufficiale da ripetere.
Il caso reggiano e l’estensione del metodo
Anche a Reggio Emilia si registrano applicazioni del “Metodo Foibe”, come nel caso di Graziano Udovisi, di cui viene cancellata la reale biografia — miliziano della “Mazza di ferro”, formazione collaborazionista dei nazisti — per costruire il mito del patriota infoibato “solo perché italiano”. La manipolazione della memoria serve qui a attaccare la storia locale, la sinistra, la Resistenza e il patrimonio politico e morale che accompagnano la città dal dopoguerra.
Analoghe falsificazioni sono state portate avanti di recente dallo stesso responsabile sicurezza di Fratelli d’Italia nonché scrittore di libri contro i partigiani, Ivaldo Casali, con l’annuncio mai verificato di “trenta reggiani infoibati”. Infatti la storia, in un primo momento raccontata in pompa magna si è subito rivelata falsa, da una minima ricerca si è scoperto che erano tutti, tranne uno, aderenti alla repubblica sociale ma soprattutto morti in circostanze che con gli infoibamenti non c’entrano nulla. La notizia dopo il risalto iniziale non ha avuto seguito ma è da constatare che queste notizie falsate sono il segnale di una destra che non si accontenta di ciò che ha ottenuto fino ad ora ma cerca la riabilitazione completa del passato così come la completa revisione degli atti riprovevoli e dei crimini del ventennio e dell’occupazione italiana dei territori jugoslavi mediante la sostituzione della complessità storica con un mito vittimario e assolutorio.
Gli obiettivi politici e culturali del metodo
Il “Metodo Foibe” non si limita al revisionismo: esso mira anche alla delegittimazione della sinistra tutta, senza distinzioni. Per la destra, “sinistra” significa ancora “comunismo”; e, come nel linguaggio fascista, “comunista” è sinonimo di “nemico”. Si tratta di una strategia che non colpisce solo sul piano politico, ma anche sociale e culturale: screditare la sinistra significa colpire la memoria collettiva, i valori di solidarietà e le conquiste della lotta di classe che hanno plasmato la società democratica italiana. Il fascismo storico nacque per reprimere le lotte sociali degli anni Venti; oggi, un secolo dopo, il suo erede politico continua la stessa missione: difendere la lotta di classe dall’alto, quella condotta dalle élite economiche e politiche contro i lavoratori e i ceti popolari.
Ma l’ambizione attuale della destra va oltre. Sull’onda dei venti internazionali e in particolare del ritorno di Donald Trump, sta riemergendo un progetto ancora più radicale: la messa fuorilegge dell’antifascismo. Si tenta infatti di equiparare l’antifascismo al terrorismo, come già accade in alcuni contesti statunitensi e con segnali preoccupanti anche in Europa. L’obiettivo è chiaro: eliminare l’antifascismo come valore fondativo, perché esso unisce in un fronte morale e civile diverse famiglie politiche — comunisti, anarchici, riformisti, democratici, progressisti — tutte accomunate dal rifiuto del sopruso, dalla solidarietà, dall’uguaglianza e dall’opposizione a ogni forma di dominio autoritario. Una società priva di antifascismo e di conflitto, pacificata a forza e privata dei suoi strumenti di critica e resistenza, è una società destinata alla desertificazione politica, culturale e civile. La società perfetta, per la destra.
Conclusione
Revisionismo, riscrittura della storia, olocaustizzazione delle foibe, vittimismo nazionale, falsificazioni, odio antipartigiano, criminalizzazione della sinistra e mitizzazione di falsi eroi; questi sono i cardini del “Metodo Foibe”, al servizio di un progetto di lungo periodo che mira alla riabilitazione del fascismo, all’attacco contro la Resistenza, alla squalifica degli ideali delle teorie e delle pratiche della nostra parte e alla progressiva erosione dell’antifascismo come valore civile fino al sogno proibito, quello di metterlo fuori legge grazie all’equiparazione tra antifascismo e terrorismo. Del resto è da un anno – come detto dall’inizio della nuova presidenza Trump – che politici più o meno in vista, opinionisti e influencer di destra spingono i loro commenti in questa direzione trovando consenso in quella parte di paese che si riconosce nei valori della destra.
Tutto ciò è stato reso possibile non solo dall’offensiva “culturale” della destra, ma anche dalla complicità e dall’ambiguità del centrosinistra di allora, che nel nome della “pacificazione nazionale” ha accettato ricostruzioni false e accomodanti, aprendo la strada alla penetrazione del revisionismo nelle istituzioni e nel discorso pubblico. Una cosa è chiara, i pensieri e le idee dell’estremismo nero hanno potuto farsi strada fino a prendere forza e arrivare ai vertici del paese grazie alla complicità dei politici di centrosinistra di allora e alla ignavia di quelli di oggi. Senza ciò non avrebbe l’appoggio solido del “Giorno del Ricordo” e di tutto ciò che abbiamo qui provato a descrivere, e che l’attacco frontale alla sinistra nel suo complesso non sarebbe stato possibile con la facilità con cui è avvenuto e che, cosa più importante oggi, questa estrema destra di governo avrebbe una vera opposizione, politica sociale morale e valoriale che invece che prestare il fianco ogni volta, fosse sulle barricate a difendere il proprio passato e il proprio futuro.A più di vent’anni dall’istituzione del “Giorno del Ricordo”, è urgente che chi di dovere riconosca gli errori per invertire la rotta. Se le “foibe” sono state il laboratorio politico e culturale della destra degli ultimi decenni, non si può permettere che lo stesso avvenga con Acca Larentia, con Ramelli o con la “Giornata della memoria e del sacrificio degli alpini”. Dalla riscrittura della storia, il rischio è quello di passare direttamente alla negazione della storia, questo non lo possiamo permettere e per questo è il momento di agire, continuare a studiare i fatti, contrastare il “Giorno del Ricordo” fino ad ottenerne la rimozione dal calendario civile e politico del paese.






