Il Carnevale popolare come momento per decostruire narrazioni e ricomporre legami
Le nostre mani strappano pagine di giornali. Le dita sono bagnate di colla di farina. Dai ritagli di giornale emergono nuove forme; immaginari che desiderano un corpo. Stiamo preparando le maschere per il Carnevale Popolare.
Ci fermiamo un attimo e ci diciamo che forse questa può essere l’immagine per rappresentare il significato di ciò che stiamo facendo; forse la cartapesta può raccontare la dimensione politica che stiamo vivendo insieme.
Gli strappi di giornale compongono nuove frasi in cui articoli sul genocidio a Gaza, le rivolte in Iran e gli scioperi a Minneapolis si intrecciano con la cronaca locale. Un mosaico di parole e immagini che, amalgamati dalla colla di farina, creano una figura tridimensionale, un mostro in divenire.
Ciò che muove il Carnevale Popolare è proprio il desiderio di leggere il mondo intorno a noi, cercando di interpretare e dare una forma narrativa alla realtà in cui siamo immersi. La cartapesta mette insieme ciò che appare lontano, decostruisce le storie e crea una nuova narrazione attraverso il lavoro collettivo. Un lavoro che è nel contempo pensiero e corpo, concetto ed emozione.
Quest’anno abbiamo scelto un tema condiviso che ci permette di pensare e fare insieme dentro una comune cornice di senso. Un tema che attraversa la stessa storia e funzione del Carnevale: la metamorfosi. Infatti, il Carnevale è un momento di trasformazione in cui ogni persona si può proiettare in qualcos’altro, in cui il confine tra realtà e immaginazione, tra noi e l’altro, tra sociale e politico si fa più sottile.
La metamorfosi in questo momento storico si manifesta attraverso una tensione tra due tendenze: da una parte una repentina trasformazione delle società dall’alto con forme di governo autoritarie e un’accelerata estrazione di risorse, saperi e lavoro dentro il regime di guerra; dall’altra parte la ricerca di una trasformazione delle relazioni sociali e politiche dal basso attraverso forme di mutualismo, solidarietà, organizzazione e nuovi progetti democratici, oltre il recinto delle democrazie liberali e lo stato nazione.
Per il Carnevale popolare abbiamo cercato di dare forma a questa tensione con la cartapesta e il 28 febbraio, quando attraverseremo le strade del territorio in un lungo corteo multiforme, lo faremo con una grande testa di Medusa, che con il suo sguardo austero dice “Blocchiamo tutto!” come hanno affermato i due scioperi generali dell’autunno in cui milioni di persone hanno bloccato la circolazione per fermare il genocidio in corso. Ci sarà un bruco lungo diversi metri dei colori della Palestina, in cerca della sua metamorfosi in farfalla. Ci sarà un grande fuoco che scioglie un cubo di ghiaccio, portato dalla principessa Elsa, per dare risonanza alla mobilitazione contro le violenze di ICE negli USA. Ci sarà un ghigliottina riservata alle teste dei vostri regnanti preferiti, perché in continuità con la storia liberatoria del carnevale sarà un giornata in cui emanciparsi da ciò che ci opprime, che siano i Re e le loro guerre o le strutture di potere e le norme che noi stessi abbiamo assimilato nel tempo.
Soprattutto ci saranno tutte quelle centinaia di persone che parteciperanno con il loro punto di vista sul nostro mondo, attraverso la lente della metamorfosi e la pratica del Carnevale. Forse è proprio questa la dimensione che riteniamo più importante in questo momento storico: vivere gli spazi pubblici insieme, mettendo in comune sogni e bisogni. Le forze egemoniche che in questo momento si contendono il dominio del mondo stanno applicando l’idea che “la società non esiste”, con politiche che favoriscono l’individualismo, l’isolamento e la diffidenza a scapito della cura collettiva e la costruzione di comunità.
In questa fase storica la nostra forma di vita – quella degli spazi sociali – è sotto attacco da chi odia la società e la sua capacità di organizzarsi, come il governo Meloni. Per questo vivere in modo trasformativo gli spazi pubblici per noi è anche un modo per sottolineare che gli spazi sociali non sono qualcosa che si può separare dal contesto in cui si trovano; sono parte del territorio insieme alla molteplicità di soggetti che lo compongono. Gli spazi sociali sono situati, prendono forma grazie alle contraddizioni con cui si confrontano. In altre parole gli spazi sociali sono metamorfosi: cambiano insieme al mondo che cambia, si trasformano per trasformare la società.
Per questo il 28 febbraio è un invito a vivere la città con creatività collettiva, ai sovvertire le norme con gioia carnevalesca, a fare spazio alle nostre capacità trasformative. Un invito a liberare quel bruco che da tanto desidera essere farfalla.
Simon







