Pubblichiamo questo articolo per proiettarci direttamente alle giornate di mobilitazione di questo novembre intenso. Facendo ciò proviamo innanzitutto a darci una base di ragionamento attraverso la quale contribuire a costruire e al contempo attraversare le giornate che ci aspettano.
Ciò che è accaduto sul finire dell’estate ha qualcosa di sorprendente, non perché siamo tipi che si sorprendono facilmente o perché siano successe movimentazioni che non ci aspettavamo ma perchè l’accumulo di rabbia e di frustrazione degli ultimi anni ha avuto uno sbocco, un’uscita dirompente e si è preso la scena, tutta la scena.
È stato in prima battuta il corteo per il Leoncavallo che con i suoi 80mila corpi vivi ha detto chiaramente che il mondo dei centri sociali e dell’antagonismo è vitale, ha protagonismo giovanile, ha numeri. Quel corteo ha messo in luce ciò che per tanto tempo era in ombra e che faticava a uscire. Quei corpi, quella vitalità, quella carica sono stati importanti per ciò che è avvenuto nelle settimane successive.
A seguire ci sono stati gli scioperi e le manifestazioni a difesa dell Global Sumud Flottilla e in appoggio al popolo palestinese. Manifestazioni e cortei oceanici che hanno avuto il pregio di mettere al centro le persone comuni, quelle che non ce la facevano più a osservare inermi con la frustrazione di non riuscire ad incidere o ancor più di essere sempre etichettate e tacciate per ciò che non sono mai state. Media mainstream e politici e influencere di destra ci hanno attaccati e denigrati in tutti questi due anni, non è passato giorno di essere accusati di fiancheggiare questa o quella organizzazione terroristica, questo o quel partito di “Dio”, un refrain, un leit motiv a reti unificate, trecentosessantacique giorni su trecentossessantacinque, ventiquattro ore su ventiquattro. Quei dieci giorni tra fine settembre e metà ottobre hanno dimostrato innanzitutto che c’è una enorme parte di cittadinanza che non si fa abbattere e che ha capacità possibilità e coraggio per alzarsi in piedi e scendere in piazza, di farlo a testa alta e che è anche disponibile non solo ad affrontare la macchina mediatica della destra ma anche la macchina repressiva costruita fin dai primi giorni dell’insediamento, tre anni fa, del governo di Giorgia Meloni.
Il carattere preponderante delle giornate di fine settembre era chiaramente umanitario. Il combinato dei due principali fattori del momento, il genocidio sistemico messo in atto dal governo e dall’esercito israeliani e il tentativo folle e grandioso della Sumud Flottilla di rompere il blocco crediamo siano stati l’innesco, così come crediamo che il detonatore per le mobilitazioni sia stata la risposta del governo italiano e di tutto l’apparato che ad esso risponde. Il livello di attacchi carichi di odio, di livore, di disprezzo hanno raggiunto livelli mai toccati fino a ora, le parole incendiarie della premier e di mezzo governo hanno ulteriormente contribuito a gettare benzina sul fuoco. Il combinato disposto ha così portato quelle piazze a divenire opposizione al governo e alle sue politiche. Certo la questione palestinese è da sempre importante nel nostro paese e certamente il genocidio in atto è una pagina vergognosa della storia umana che è impossibile da ignorare ma è la palese nemicità espressa dal governo che ha contribuito in maniera decisiva a politicizzare quell’umanita scesa in piazza in quelle giornate. Questa politicità non era intenzionale nella maggior parte delle persone scese in piazza fin da subito, ma si è trasformata con il passare dei giorni e il crescere della mobilitazione conseguentemente ai crescenti e sempre più violenti attacchi da parte della destra italiana.
Ciò che ci pare di cogliere è che quelle manifestazioni, quelle giornate di lotta, abbiano racchiuso in sé il gene dell’opposizione sociale al disegno globale delle destre. Lo stato israeliano e ciò che sta compiendo sono espressione plastica di ciò di cui si nutre questo disegno dove alcuni si sentono e si pongono al di fuori di “leggi internazionali” o “diritti basilari”, rivendicando e attuando politiche tese a sottomettere attraverso l’uso spregiudicato della violenza chiunque non sia gradito in un determinato momento.
Le due giornate di sciopero generale hanno confermato che quella enorme movimentazione di massa è stata in sé una movimentazione contro governo e disegno politico delle destre perché pur senza che fosse espressamente il principale obiettivo essa ha prodotto un vero effetto sul sistema di produzione e smistamento merci, con “perdite da sciopero” che si sono aggirate intorno al miliardo di euro. Il conseguente coro di indignazione da parte di imprenditori, governo e propagandisti vari sta a significare che quegli scioperi hanno fatto male alla controparte e che dopo anni di scioperi non incisivi e di conseguente svilimento dello strumento più potente di cui siamo dotati, sia in termini di classe ma anche in termini di società civile, quello stesso strumento utilizzato e agito in forma collettiva unitaria e con obiettivi e parole d’ordine chiari mantiene la sua funzione ma soprattutto la sua efficacia.
Gli scioperi hanno fatto male al governo e ai suoi sostenitori. Gli scioperi e le altre giornate di lotta sono state fortemente politiche, anche se come abbiamo scritto sopra il carattere umanitario in questo mini ciclo di mobilitazioni fosse preponderante è stata la risposta delle destre a rendere politico questo carico di umanità che ha riempito le strade. È stata l’arroganza, l’odio, la nemicità viscerale espressa dal governo, la disumanità con la quale da destra viene affrontata la questione del genocidio palestinese ad alzare il livello dello scontro e a contribuire a politicizzare rapidamente le piazze italiane. Occorre comunque ricordarci che è il medesimo approccio che la destra utilizza, ad ogni latitudine per affrontare problematiche o corpi che divergono dalla loro idea di ordine sociale.
È stata proprio contro questa idea di ordine sociale che la marea umana è andata a confliggere. Volente o nolente si è scontrata contro il pensiero fintamente moderno che esistono ampi settori dell’umanità e conseguentemente della società che devono tornare a sottomettersi, che bisogna tornare a essere servili verso il potente, tornare ad assistere in silenzio alla spartizione tra pochi eletti della ricchezza socialmente prodotta e delle risorse necessarie alla vita sul pianeta, tornare a farsi sfruttare nei luoghi di lavoro senza diritti e con salari da fame, tornare ad assecondare la sacralità della proprietà privata. Questa è la nuova vecchia modernità del disegno politico delle destre ed è con questa presa di coscienza che dovremo cercare di fare progredire le mobilitazioni di questo autunno. Ora, dopo il mese di ottobre caratterizzato dalla finta tregua imposta da Tump sulla striscia di Gaza e da una fisiologica bassa mobilitazione abbiamo di fronte un mese di novembre pieno di iniziative in cui l’opposizione alle politiche del governo rispetto al genocidio in Palestina si mischiano con le problematiche interne legate ai progetti economici del governo, agli ennesimi privilegi che lo stesso è pronto a concedere alla classe abbiente a discapito dei lavoratori e alla mai celata nemicità ai processi di liberazione insiti nei movimenti transfemministi. A partire da questo sabato 15 Novembre alla sapienza con una importante assemblea nazionale, attraverso le giornate di lotta transfemminista del 22 e 25 Novembre e infine passando per il connubio tra la giornata di sciopero generale dei sindacati di base di venerdì 28 novembre e la manifestazione nazionale di sabato 29 novembre a Roma siamo chiamati a giornate di mobilitazione lunghe e intense. Sarà dunque nostro compito lavorare in questo mese per convergere su quelle giornate per continuare a fare crescere di consapevolezza e politicità quella umanità che ha attraversato le piazze sul finire dell’estate e che la potenza di quelle giornate ha trasformato in un fiume carsico pronto a tornare in superficie in ogni momento.






