Sabato 22 novembre iniziamo un ciclo di incontri su lavoro e lavoratori. Il ciclo è diviso in due parti, una prima dal 22 al 6 dicembre e una seconda che partirà a febbraio 2026 e si protrarrà fino al Primo Maggio. Di seguito proponiamo il testo introduttivo per questo lungo percorso.
“Meno se ne parla meglio è, ma se proprio ne dobbiamo parlare almeno diciamo che va tutto a gonfie vele, che tutti gli indicatori sono in aumento, tanto non c’è nessuno capace di contraddirci”… Questo potrebbe essere il sunto di tre anni di governo Meloni, tre anni in cui si è parlato pochissimo di lavoro e ancora meno di lavoratori e lavoratrici se non per aggiornare il duro conto delle morti mentre, al contrario, si sono spesso e volentieri snocciolati dati e statistiche basati sui famosi indicatori economici, quelli creati ad hoc dal regime capitalistico e a esso necessari a spiegare come stia funzionando il ciclo di capitale ma che, naturalmente, non tengono assolutamente conto della vita delle persone, dei lavoratori e delle lavoratrici né tanto meno delle condizioni di lavoro e di vita a cui sono sottoposti.
Da trent’anni politici e media provano a narrare una società in cui non esiste più lo scontro politico e sociale tra Capitale e Lavoro, che lo scontro tra le classi non sia più attuale perché superato dalla produzione di ricchezza e dal benessere diffuso delle società occidentali e che oggi sia giunto il momento per cui padroni d’azienda e lavoratori e lavoratrici possano gestire le “aziende” di comune accordo per il soddisfacimento dei rispettivi bisogni. Chi oggi parla di tale grande passo lo fa dal punto di vista del capitalista con la consapevolezza dello squilibrio di forza tra le classi. Mente sapendo di mentire e il perché lo sappiamo bene, nel sistema capitalistico non c’è spazio né per condivisione né per redistribuzione ma solo rapporti di subordinazione sottomissione e profitto privato.
Ma il lavoro e i rapporti sul lavoro rimangono centrali nella vita delle persone. È dalla produzione che si ricavano i beni con cui migliorare la vita ed è dal lavoro vivo che traiamo ciò con cui sostentare. Traiamo, noi, il proletariato moderno, quello che fa ancora lavori di fatica, quello che sta nei campi, che movimenta le merci, che costruisce case, che consegna cibo a domicilio e ancora più su, fino a quello che scrive i codici degli algoritmi. Noi, quei lavoratori nuovamente esclusi dalla distribuzione della ricchezza prodotta.
La regressione nel mondo del lavoro ha gli stessi anni del refrain sulla inattualità dei discorsi di classe. Gli ultimi trent’anni ci consegnano una classe lavoratrice cresciuta a livello numerico ma indebolita per le proprie rivendicazioni nel riconoscimento di se stessa e nella convinzione della propria forza. È perciò necessario aggiornare il nostro approccio rispetto a tutto ciò che riguarda il mondo del lavoro e dei lavoratori, un mondo che negli ultimi anni ha avuto un cambio repentino e che con l’introduzione e la socializzazione dell’Intelligenza artificiale potrebbe vivere un cambio epocale.
Affrontare il tema del lavoro e dello sfruttamento del lavoro vorrà allora dire riconoscere come l’unità dei lavoratori deve superare ostacoli fittizi prodotti in decenni di attacchi e divisioni. Cogliere che non c’è differenza tra lavoro produttivo e riproduttivo, che la riproduzione del capitale con le crisi che determina si contrappone alla riproduzione sociale, che non esiste un’economia nazionale ma forze produttive subordinate al capitalismo globale. Ma proprio per questo parlare di lavoro e di lavoratori porta ad interrogarci su un nuovo modo di produzione e di nuovi rapporti di produzione in grado di porre la riproduzione sociale al di sopra della riproduzione del capitale.
Per farlo abbiamo bisogno innanzitutto di rifiutare consapevolmente che la finanziarizzazione dell’economia sia un ostacolo insormontabile, tanto più che questi primi mesi di seconda presidenza Trump ci dicono decisamente il contrario e non dobbiamo altresì cadere nel tranello ben congeniato dalle destre di farci imporre una narrazione ad esse funzionale. Questa narrazione è fatta di frasi di circostanza, mezze verità e vere proprie invenzioni che ripetute pedissequamente trovano spazio anche nel nostro mondo, proprio laddove non dovrebbero trovarne, che siano gli operai che votano compatti a destra o la fantomatica sinistra che abbandona i lavoratori per difendere solo gender e immigrati, che siano gli indivanados del reddito di cittadinanza o la sinistra ZTL la breccia che queste amenità hanno prodotto va chiusa, e possiamo chiuderla sono andando ad affrontare collettivamente questi temi.
Le ultime settimane consegnano una crescente vitalità di un importante pezzo di società che non si abbandona all’ineluttabile, che ha deciso di rispondere alle imposizioni e alla miseria che la destra vorrebbe imporre alle vite di tutti e tutte. In questo preciso contesto sentiamo l’esigenza di parlare di noi, del lavoro e dei lavoratori, del passato del presente e del futuro e di farlo in modi differenti con l’obiettivo di allargare le basi teoriche sulla modernità dei rapporti tra capitale e lavoro, di allungare lo sguardo sul mondo in divenire alla luce della crisi politica del capitalismo a gestione liberale, con l’obiettivo di favorire le lotte, renderle sempre più efficaci e continuare a costruire tra tanti e tante la forza necessaria alle organizzazione politiche sociali e sindacali a confliggere con la barbarie.






