Trascrizione del primo intervento di Alessandro, compagno degli spazi sociali, durante il dibattito “Gli operai votano a destra, destrutturare la narrazione per ricostruire la coscienza”. A gennaio 2026 sarà possibile ascoltare il Podcast del dibattito sulla pagina dei Podcast del sito o sul canale youtube di Lineareggiana.
La mia risposta alla domanda perché gli operai votano a destra è perché non chiediamo agli operai e a chi lavora di lottare per migliorare la società e di avere un ruolo attivo per cambiare le cose invece di relegarli a un ruolo di gregari e di tifosi.
Vorrei quindi esporre una riflessione da cui si possa dedurre una possibile richiesta di protagonismo agli operai e a chi ha in quello che chiamiamo lavoro il suo modo di partecipare alla società. Che sarebbe poi anche il modo di affrontare quella che Marx chiamava alienazione, cioè superare la separazione tra l’essere lavoratori, che oggi significa vendersi al capitale, e l’essere cittadini, cioè protagonisti della vita sociale.
Parlerò della sconfitta del movimento operaio e userò il maschile perché quel movimento era profondamente maschilista. Il superamento del patriarcato e la diffusione di una lotta transfemminista è la prospettiva attuale, che nasce anche da quella sconfitta. Ma per stare dentro i limiti della riflessione che voglio proporvi, userò il maschile che fa parte di quella storia e di quella cultura.
Creare una nuova narrazione, se non vuole essere idealista, vuol dire rileggere il passato in quanto condizione del presente.
Ma il presente non va inteso in senso passivo, come risultato del passato, ma in senso attivo, come compimento del passato.
Perciò non va studiato il passato così com’è stato ma per ciò che non è stato per ciò che poteva compiersi ma è rimasto incompiuto e che chiede ancora oggi a noi il suo compimento.
Alcuni elementi per iniziare una rilettura del passato li abbiamo acquisiti, grazie anche ai dibattiti e alle riflessioni che abbiamo avuto negli spazi sociali con ricercatori e studiosi, di cui ci rimangono dei concetti che possiamo mettere in opera.
Partiamo dalla percezione, abbastanza diffusa, che ci troviamo nel mezzo di trasformazioni di cui abbiamo segni evidenti e tutti negativi: guerre, riarmi, genocidi e un Occidente di nuovo in mano alle destre estreme.
L’ipotesi è che, per quante trasformazioni siano in corso, esse avvengono tutte all’interno dello stesso contesto. Sono cioè trasformazioni con cui il sistema politico economico dominante prova a mantenersi in piedi e a riprodurre le sue forme di dominio.
Il punto di partenza che si può prendere guardandosi indietro è il 1980, cioè la vittoria elettorale di Thatcher e Reagan e l’adozione di politiche neoliberiste da parte dei governi più importanti, sia politicamente che economicamente, che militarmente, dell’occidente.
È ovvio che questa svolta era stata preceduta da eventi rilevanti. Già nel 1971 si era avuta la dichiarazione di inconvertibilità del dollaro, era cioè iniziata una trasformazione dei mercati finanziari internazionali (negli anni 70 attraverso i mercati paralleli degli Eurodollari e dei Petrodollari) che infrangeva uno dei postulati cardine delle politiche keynesiane che erano state seguite dai governi occidentali dalla fine della seconda guerra mondiale, cioè il controllo e la limitazione dei flussi di capitali da parte degli stati nazionali. Da allora, lentamente ma progressivamente, I flussi di capitali si sono sempre più sganciati dai limiti nazionali legati al commercio estero e alle politiche valutarie, e per così dire liberati dalla materialità della produzione, trasformandosi da capitali industriali e commerciali in capitali finanziari.
Questa trasformazione diventa, dal 1980, rivendicata e perseguita come nuova teoria economica (il neo-monetarismo) e come nuova politica economica (il neoliberalismo) .
Ma il 1980 è un anno importante perché questa trasformazione delle politiche economiche dei paesi occidentali, dalle politiche keynesiana alle politiche neoliberiste, è stata possibile, ed è stata ottenuta, solo grazie alla sconfitta del movimento operaio. In quell’anno I governi ingaggiano una battaglia contro i lavoratori che porterà al cedimento dei sindacati ad una posizione difensiva che dura ancora oggi.
Sono battaglie che durano mesi. Thatcher contro i minatori, Reagan contro I controllori di volo. In Italia questa battaglia si combatterà alla Fiat: dopo un mese di occupazione i sindacati firmeranno un accordo che prevedeva 23000 licenziamenti mascherati da cassa integrazione.
Mettiamo in evidenza quindi che il 1980 non segna tanto, o solo una svolta di carattere economico, ma una svolta politica : la vittoria di una parte e la sconfitta dell’altra.
Chiediamoci ora chi è stato sconfitto.
Nel corso degli anni ’70 cresceva una netta contrapposizione tra quello che veniva chiamato il vecchio movimento operaio e quello che si autodefiniva l’altro movimento operaio. Proviamo a cogliere la differenza tra i due.
Le lotte degli anni ‘60, e in particolare il biennio ‘68/’69, avevano portato ad una importante e decisiva conquista, emblematicamente rappresentata dallo Statuto dei lavoratori. Gli operai diventavano finalmente soggetti di diritto, concretizzando il principio costituzionale che poneva i lavoratori come cittadini e il lavoro come diritto.
Diritti individuali e diritti sindacali avevano sbriciolato le gerarchie di fabbrica, la subordinazione si era trasformata in insubordinazione.
La differenza tra vecchio e altro movimento operaio è che per il primo I lavoratori dovevano restare tali: si contrattavano le condizioni, si decideva il salario, ma poi si tornava a lavorare. L’emancipazione dei lavoratori non ne trasformava la natura di lavoratori.
L’altro movimento operaio era invece fatto da persone di tutti i tipi. Studenti lavoratori, lavoratori saltuari, ragazzi che andavano in fabbrica ma poi si licenziavano, donne che rivendicavano il salario per il lavoro domestico… Le loro lotte erano per lo più finalizzate a quello che allora si chiamava salario indiretto: servizi sociali, consultori, trasporti gratuiti, libero accesso alle mense universitarie, e anche espropri nei supermercati o entrare gratis nei cinema e ai concerti.
Se il vecchio movimento operaio subì una sconfitta ma è sopravvissuto e continua tutt’ora a svolgere la sua funzione tradizionale di mediazione tra lavoratori e padroni, l’altro movimento operaio è stato del tutto sussunto entro I processi della valorizzazione capitalista, che è riuscita a valorizzare le competenze di una generazione scolarizzata e altamente socializzata, riducendola di nuovo a forza lavoro per un mercato del lavoro che col tempo è stato sempre più segnato da precarietà, mancanza di rappresentanza sindacale, disapplicazione dei diritti e bassi salari, ma che negli anni ’80 ha distribuito molta ricchezza. Si pensi solo agli effetti della scala mobile con un’inflazione a due cifre, all’ equo canone, alle politiche per l’acquisto della casa, alla cig, ai prepensionamenti…
Definiti I margini della sconfitta del movimento operaio (vecchio e altro), vediamo cosa hanno prodotto le politiche neoliberiste.
Come si è detto il loro carattere precipuo, la loro distinzione più marcata che le ha distinte e contrapposte alle precedenti politiche keynesiane, è la liberalizzazione dei flussi di capitale, la loro emancipazione dai flussi commerciali e quindi la relativa indipendenza della valorizzazione del capitale finanziario internazionale dalla produzione materiale e dalla crescita del reddito nazionale dei singoli paesi.
Per sintetizzare una questione che richiederebbe una analisi molto ampia si possono richiamare tre concetti che sono anche tre campi di studio di tre diversi autori: il divenire rendita del profitto, la concentrazione dei capitali, la rifeudalizzazione della società.
(Carlo Vercellone, Emiliano Brancaccio, Massimo de Carolis)
Per quanto aprano a traiettorie di ricerca tra loro diverse, ciò che unisce queste tre prospettive è che il risultato di quarant’anni di neoliberismo ha reso di nuovo la proprietà il vettore principale per l’acquisizione e la concentrazione della ricchezza. La proprietà e non il lavoro. La proprietà in alternativa e contro il lavoro.
Ribadiamo che questo risultato è stato possibile grazie alla sconfitta politica del vecchio e anche dell’altro movimento operaio.
Il neoliberismo, per conformare la società al suo obiettivo di ristabilire il comando sui lavoratori ridotti di nuovo da soggetti di diritto a mera forza lavoro, ha da una parte ridotto alle difensive Il vecchio movimento operaio, decentrando e dividendo I lavoratori (tra garantiti e precari, cittadini e non cittadini…) e dall’altra sussumendo l’altro movimento operaio riducendo l’emancipazione dal lavoro in prospettive individuali e soggettive di autovalorizzazione.
Questo ha significato anche una capitalizzazione della società, cioè una messa al lavoro, e a profitto, di attività sociali e quindi anche di competenze che erano fino allora per lo più libera espressione e organizzazione politica: dal divertimento all’arte, dal benessere allo sport, dalle droghe all’assistenza, fino alla sanità e all’istruzione.
Cambiamo prospettiva e chiediamoci: se oggi il capitale ritorna a porre la proprietà come vettore principale della appropriazione e accumulazione di ricchezza, contro il lavoro e i lavoratori, può forse significare che il capitalismo non è più in grado di sussumere e mettere a profitto le forze produttive, se non in modo regressivo, come mero estrattivismo, impedendone così ogni ulteriore sviluppo?
Dopotutto il fascismo, come forma politica, è nato – e possiamo dire è rinato – proprio nei momenti in cui era impellente una profonda trasformazione sociale, proprio per impedire tale trasformazione tenendo bloccata la società. Un blocco che già sappiamo che conduce a far esplodere le forze compresse nella guerra e nella distruzione.
Da qualunque parte emergono contraddizioni, conflitti e spinte per il cambiamento, ognuna di queste parti diventa parte del nemico contro cui combattere. Non solo chi rivendica il diritto essenziale alla libertà di movimento, all’indipendenza e all’autodeterminazione , ma anche i climatologi e i virologi sono nemici.
Ma cosa sono le forze produttive e in che senso esse si sviluppano.
La via più semplice è leggerlo in alcuni passaggi di Marx.
In quanto aspirazione incessante alla forma generale della ricchezza, il capitale spinge però il lavoro oltre il limite del suo bisogno naturale, è in tal modo crea gli elementi materiali per lo sviluppo di una individualità ricca che è universale nella produzione quanto nel suo consumo, di un’individualità Il cui lavoro perciò non si presenta nemmeno più come lavoro, ma come pieno dispiegarsi dell’attività stessa, di un’attività nella quale la necessità naturale nella sua forma immediata e scomparsa; Al bisogno naturale è infatti subentrato un bisogno generato storicamente. Dunque il capitale è produttivo; è cioè un rapporto essenziale per lo sviluppo delle forze produttive sociali. Esso cessa di essere tale solo quando lo sviluppo di queste forze produttive trova un limite nel capitale stesso.
Lo sviluppo del capitale fisso mostra in quale misura il sapere sociale generale, la conoscenza, si è trasformato in forza produttiva immediata, e quindi fino a che punto le condizioni del processo vitale stesso della società sono passate sotto il controllo dell’intelligenza generale e rimodellate in accordo con essa. In quale misura le forze produttive sociali sono prodotte non solo nella forma del sapere, bensì come organi immediati della pratica sociale; del processo reale della vita.
L’economia reale consiste in un risparmio di tempo di lavoro ma questo risparmio si identifica con lo sviluppo della forza produttiva… La capacità di godimento è condizione del godimento stesso e dunque il suo primo mezzo, e questa capacità è lo sviluppo di una disposizione individuale, è forza produttiva… Il tempo libero – che è sia tempo di ozio sia tempo per un’attività più elevata – ha trasformato naturalmente il suo possessore in un altro soggetto, ed è proprio come altro soggetto che questi entra poi anche nel processo di produzione immediato.
Ogni progresso dell’agricoltura capitalistica costituisce un progresso non solo nell’arte di rapinare l’operaio ma anche nell’arte di rapinare Il suolo; ogni progresso nell’accrescimento della sua fertilità per un dato periodo di tempo, costituisce insieme un progresso della rovina delle fonti durevoli di questa fertilità… La produzione capitalistica sviluppa quindi la tecnica e la combinazione del processo di produzione sociale solo minando al contempo le fonti da cui sgorga ogni ricchezza: la terra e l’operaio.
Se lo sviluppo delle forze produttive consiste nella progressiva socializzazione del lavoro, nella preminenza dei bisogni sociali su quelli individuali, nella trasformazione dell’individuo da individuo borghese in individuo sociale, nella impossibilità di emancipazione e autovalorizzazione se non dentro a percorsi collettivi di trasformazione della società, allora possiamo intuire come il neoliberismo, che ha vinto sussumendo le forze produttive, offrendo soluzioni individuali e riducendo i lavoratori a merce forza lavoro, non possa più offrire uno sbocco a forze produttive che nel frattempo si sono ulteriormente potenziate attraverso attività che inglobano ogni aspetto della vita collettiva, dalla socialità all’ambiente, e che già si fanno carico, con il proprio lavoro, di dare risposte creative e innovative a ogni bisogno della società.
Il neoliberismo ha avuto un obiettivo ambizioso, quello di creare un cosmo, un ordine sociale in cui gli individui fossero liberi di scegliere. Ma la scelta era limitata alle opzioni offerte dal mercato e dalla quota di ricchezza a cui si aveva accesso.
Oggi, dopo quarant’anni, le opzioni offerte dal mercato così come la quota di ricchezza disponibile si è ridotta vistosamente (per la concentrazione della ricchezza e I limiti posti alla produzione) e diventa sempre più insensato identificare la libertà con la libera scelta individuale.
Oltre la scelta vi è la decisione, che è prima di tutto un decidersi, un mettersi in gioco, un essere disposti a farsi trasformare dentro un percorso collettivo, sociale e politico che non delega al mercato le proprie opportunità e possibilità.
La piena espressione delle forze produttive del lavoro socializzato, il loro dispiegamento produttivo e creativo piuttosto che distruttivo, è reso urgente dalla decadenza del capitalismo (che è tornato ad usare la forza e la violenza in modo spregiudicato) ed è reso possibile dalla consapevolezza dei bisogni sociali a cui possiamo dare risposte positive.
A questo scopo è allora utile la rilettura del passato e della sconfitta del movimento operaio, riprendendo nelle nostre mani quella che era la posta in palio in quella lotta, per rilanciarla in nuove lotte.
I lavoratori come soggetti di diritto, non sono lavoratori che hanno dei diritti di cittadinanza, ma sono cittadini che lavorano esercitando diritti. (che quindi non lottano solo per il salario ma per una trasformazione del modo di produzione attraverso la lotta contro lo sfruttamento delle risorse da parte del capitale e per un salario diretto ed indiretto sempre più sganciato dalla prestazione lavorativa immediata, richiedendo che le politiche fiscali non siano indirizzate a soluzioni individuali, – come la decontribuzione o la riduzione dell’irpef – ma a soluzioni collettive come il finanziamento dei servizi pubblici, il miglioramento dei territori e della qualità della vita, il contrasto alla.povertà e alle disuguaglianze sociali)
La ricerca di prospettive di lavoro che rispondano alle competenze culturali e sociali della forza produttiva del lavoro socializzato possono svilupparsi ed emancipparsi se sono prospettive collettive e non individuali, politiche e non economiche (dando corpo a quello che Negri definiva imprenditorialita del Comune)
Riunificare queste due conquiste del passato, che per 40 anni sono state sussunto e sfruttate dal capitalismo neoliberista, può significare ricomporre l’unità della classe, non per rimanere classe subalterna ma per immaginarsi e organizzarsi come soggetto politico attivo per una via d’uscita dal capitalismo.






