Spunti di riflessione dall’attacco ad AQ16. A marzo abbiamo dovuto fronteggiare un lungo e duro attacco al Centro Sociale da parte della destra cittadina. In quel periodo eravamo impegnati nella campagna per il referendum e nella preparazione del corteo nazionale NOKINGS. Vinto il referendum e attraversato le strade di Roma in trecentomila contro il governo e le guerre che gli aspiranti regnanti impongono sulle nostre vite è arrivato il momento di prendere parola noi, cominciare ad analizzare quanto successo e portare alla luce i vari risvolti di questo mese di battaglia politica sul Centro Sociale.
Nulla succede per caso, soprattutto quando c’è di mezzo la politica. L’attacco sguaiato della destra cittadina contro AQ16 non nasce né dal risveglio, dopo un lungo sonno, dei consiglieri di FdI, né da una ghigliottina di cartone che, a Carnevale, ha calato la sua scure sulle teste di quanti vorrebbero porsi a sovrani del mondo moderno. Quando parliamo della destra estremista di Fratelli d’Italia, dobbiamo tenere a mente che abbiamo a che fare con tanti soldatini ligi alla missione e fedeli al proprio capo, elevato a mitico detentore di doti governative e intelligenza politica. Per questo sono pericolosi e per questo hanno portato avanti settimane di campagna martellante, ma soprattutto vergognosa nei toni e nei termini.
Uno degli scopi palesi che la destra sta cercando di perseguire è la repressione di tutti gli elementi che sfuggono al proprio controllo, alla propria idea di società: l’eliminazione degli spazi di agibilità politica per tutti quei gruppi o organizzazioni che lavorano per creare conflitto e alternativa di sistema. I centri sociali rientrano in questa seconda categoria, oltre a essere, da quarantanove anni, un’anomalia che i fascisti non riescono a concepire e che vorrebbero, più di ogni altra cosa, sradicare dalla storia e dalla cultura politica di questo Paese. La maggior parte dei centri sociali italiani ha ormai una storia pluridecennale: realtà innervate nei territori in cui operano, con relazioni solide nei quartieri e, con queste, costruttrici di reti informali di welfare e socialità non mediate dalle leggi del mercato, fautrici di percorsi di mutualità dal basso, con e per gli abitanti dei quartieri e delle città. Queste relazioni sociali, questo lavoro collettivo sul territorio, sono ciò che la destra vuole eliminare, al pari della carica politica, antagonista e conflittuale, alla base di ogni scelta e di ogni azione.
Ma i centri sociali, per la destra di governo, rappresentano anche una possibilità: sono luoghi congeniali alla propria politica, sempre tesa alla costruzione del nemico interno. I centri sociali sono un “bene rifugio” di questa destra: la loro presenza diffusa sul territorio ne fa, al momento, una fonte quasi inesauribile per l’industria della paura di cui ha bisogno per governare. I centri sociali possono essere utilizzati in ogni momento e per ogni accadimento: per fare rispettare il primato della proprietà privata, come nel caso del Leoncavallo; per provare a fomentare l’opinione pubblica sulla questione della violenza, come per Askatasuna; oppure per alimentare la spirale legalitaria su sicurezza e abusivismo (nuovissimo prodotto politico), come nel caso di AQ16. Questa apparente abbondanza di argomentazioni utili ad alimentare la retorica legalitaria borghese si accompagna alla tendenza storica della destra alla vendetta e all’utilizzo strumentale dei vari accadimenti: è il combinato disposto di questi elementi che ci troviamo ad affrontare oggi e che potremmo essere costretti ad affrontare anche nel prossimo futuro.
Gli attacchi agli spazi sociali vanno inquadrati in un contesto più ampio. Sono chiaramente luoghi che la destra vuole chiudere, anche se senza fretta, come abbiamo provato a descrivere, ma sono anche utili alla battaglia che il governo sta conducendo contro le città, in senso lato, e in particolare contro quelle governate dal centrosinistra, con un accanimento maggiore verso quelle storicamente amministrate da quest’area politica. I casi di Milano, Torino e Bologna sono emblematici: città in cui il governo centrale, per volontà del Ministero dell’Interno, ha nei fatti scavalcato le amministrazioni e le loro scelte, come nel caso degli sgomberi del Leoncavallo e di Askatasuna; mentre nel caso di Bologna ancora di più, avendo scavalcato il questore in occasione della partita di basket della Virtus contro il Maccabi Tel Aviv, con annesse promesse di vendetta insite nelle richieste di ritiro delle convenzioni e/o sgomberi a TPO e Labas, gli spazi che si erano maggiormente esposti.
Lo scavalcamento delle amministrazioni che scelgono di percorrere strade differenti e opposte a quelle del governo è la rappresentazione di come lo stesso abbia deciso di agire contro il dissenso: se ai movimenti sociali si risponde con la dura repressione dei pacchetti sicurezza, con le amministrazioni non allineate si risponde con una prova di forza muscolare, volta al loro assoggettamento alle scelte imposte dall’alto. Non per niente i consiglieri Paglialonga e Aragona, insieme al parlamentare di FdI Gianluca Vinci, si sono prodigati presso il Ministero dell’Interno per chiedere lo sgombero di AQ16, vista la scelta politica del sindaco e dell’amministrazione di Reggio Emilia di procedere verso il riconoscimento dello spazio e della sua valenza in città. La volontà di scavalcare le scelte politiche che si producono in città e per la città dà la misura del modello di comando che la destra sta cercando di imporre da quattro anni a questa parte. La sconfitta referendaria di questa compagine rancorosa e vendicativa non farà che aumentare la voglia di procedere alla continua ricerca dello scontro.
Ma, mentre non è dato sapere se il ministro Piantedosi ritenga così pericolosa la situazione di AQ16, sono altri che provano a sostituirsi alla decisione governativa e a stabilire con certezza quale debba essere il destino di questo spazio. È il nuovo fenomeno che si sta diffondendo anche in Italia: gli influencer di estrema destra, i quali hanno raccolto l’attacco della politica tradizionale verso il centro sociale e hanno tentato in ogni modo di renderlo virale, cercando di scatenare le schiere di haters che popolano i social network. Un’operazione che, nel caso reggiano, è riuscita solo a metà, ma non per questo meno significativa, e che ci dice che ci troviamo di fronte a un fenomeno che abbiamo la necessità di studiare e analizzare, perché oggi la destra ha una forte capacità di attaccare su più piani ed è necessario non farsi trovare impreparati, ma anzi, capaci rispondere colpo su colpo.
Gli spazi sociali sono fondamentali per le aspirazioni rivoluzionarie al sistema capitalistico, necessari per mantenere attivo e vivace il livello di scontro politico con la controparte capitalistica: per questo vanno difesi con ogni mezzo, per poter tornare a vivere una nuova stagione di militanza e conflitto e per un nuovo slancio politico nelle piazze di questo paese.






