Pubblichiamo un secondo articolo che prende spunto dal dibattito di giovedì 4 dicembre al Laboratorio AQ16, dibattito inserito all’interno del ciclo Lavoro Oltre il Capitalismo.
Di Tegoland
Saranno circa una decina d’anni – anche se la rincorsa è partita molto prima – che ogni volta che in un paese occidentale si svolgono elezioni legislative o presidenziali e a vincerle sono le destre, scatta puntuale una campagna mediatica sul cosiddetto “voto operaio”. Una campagna che, di tornata elettorale in tornata elettorale, tende a rafforzarsi attorno a un assunto ormai dato per scontato: gli operai non votano più a sinistra, votano a destra perché la sinistra li ha abbandonati. Secondo questa narrazione, la sinistra avrebbe smesso di occuparsi dei bisogni materiali della classe lavoratrice per dedicarsi quasi esclusivamente alle minoranze – perlopiù razzializzate e di genere – nonché ai ceti benestanti dei “quartieri ZTL” delle grandi città. A questo impianto si aggiungono la lotta per la giustizia climatica e la famigerata “teoria woke”, che finisce per inglobare tutto il resto e chiudere il cerchio retorico.
Siamo di fronte a un classico caso di narrazione funzionale a una parte politica, costruita per screditare l’avversario. Nulla di nuovo, in sé. Il problema nasce quando questa narrazione smette di restare confinata nei circuiti della propaganda di destra e comincia a sfondare anche “dalle nostre parti”, a farsi strada in settori della sinistra, trasformandoli in casse di risonanza involontarie. Chiariamo subito un punto, per evitare equivoci: questa narrazione è falsa. E il fatto che riesca comunque ad affermarsi dice molto non tanto sulla sua solidità, quanto sulle fragilità del contesto politico e culturale in cui attecchisce. Uno dei segmenti in cui questa visione ha trovato maggiore spazio è quello che possiamo definire, senza giri di parole, una sinistra comunista conservatrice. Un segmento che, negli ultimi anni, su temi come immigrazione, genere e clima, ha progressivamente assorbito linguaggi, schemi mentali e mitologie della destra radicale, fino a convincersi che l’idea dell’operaio che vota a destra perché “tradito dalla sinistra” sia un fatto reale e non una costruzione ideologica. Il nodo centrale, tuttavia, non è la narrazione in sé, ma il fatto che questa sia diventata percezione diffusa. Oggi non è solo sulla base dei dati materiali che si costruisce consenso: è sulla percezione che si vincono le elezioni, si spostano gli umori sociali e, soprattutto, si produce legislazione, una normazione sempre più spesso securitaria e repressiva.
Ma veniamo alla domanda che raramente viene posta: quanti sono oggi gli operai? E quanti, tra questi, votano davvero a destra?
Continuiamo a usare la formula “votano a destra” perché è quella imposta dalla narrazione dominante, ma questa espressione racchiude molto più del semplice gesto del voto in cabina elettorale. Racchiude un posizionamento politico, sociale, simbolico. Racchiude il fatto che lo “spostamento a destra” può assumere forme diverse dal voto, molto più complesse e contraddittorie. Gli operai di destra sono sempre esistiti. Hanno sempre votato a destra, e l’oggi non fa eccezione. Ma ciò che viene sistematicamente ignorato è la dimensione numerica del fenomeno. Il settore operaio metalmeccanico – vero oggetto della narrazione – oggi rappresenta all’incirca il 10% dell’intera forza lavoro. Un dato che basterebbe, da solo, a ridimensionare drasticamente l’enfasi mediatica sul “ribaltamento del voto operaio”.
Anche ipotizzando che la percentuale di operai che votano a destra cresca in modo direttamente proporzionale alla diminuzione numerica del settore, l’impatto sul voto resterebbe marginale. A questo va aggiunto un elemento decisivo: il mutamento della composizione tecnica della classe operaia. Oggi una quota enorme degli operai è composta da lavoratori immigrati, ai quali non è concesso il diritto di voto. Questo riduce ulteriormente la portata reale del fenomeno e rende ancora più fallace qualsiasi “esegesi” del voto operaio.
Non a caso, la narrazione si concentra sempre e solo su una figura ben precisa: l’operaio bianco, autoctono, tendenzialmente cattolico. Tutto il resto scompare.
Parlare di numeri, e ragionare a partire da essi, non è un esercizio tecnocratico: è un passaggio necessario per smontare le generalizzazioni funzionali alla propaganda di destra. Dire “gli operai votano a destra” come se si trattasse dell’intera composizione operaia è falso già in partenza. In realtà, ci si riferisce a una parzialità di una parzialità. Numeri ridicoli, se confrontati con la sovraesposizione politica e mediatica di questa narrazione.
Ciò che invece esiste – ed è qui che il discorso si fa più serio – è una parte consistente del segmento operaio che assume posizioni riconducibili a sentimenti di destra. Non necessariamente vota a destra, ma guarda a destra con meno diffidenza di un tempo, come a una possibilità. Una possibilità di salvezza individuale in un mondo che ha visto sgretolarsi certezze, salari, diritti, prospettive. In molte fabbriche capita di sentire frasi come: “Almeno questi parlano di sicurezza”, oppure “Una volta si stava meglio”. Non è nostalgia ideologica: è paura sociale. È il desiderio di una vita dignitosa, della sicurezza di poter garantire un futuro ai propri figli. È la reazione a venticinque anni di neoliberismo e globalizzazione che hanno colpito duramente l’intera classe lavoratrice. Ed è esattamente qui che la destra gioca la sua partita migliore: promettendo i presunti fasti del passato come orizzonte di stabilità e tranquillità, mentre continua a servire – come ha sempre fatto – gli interessi del grande capitale. Ieri industriale, oggi finanziario. Basta guardare ai provvedimenti economici del governo Meloni. È difficile non vedere come, in questo momento, la destra italiana stia tentando di smantellare il complesso siderurgico nazionale, uno degli ultimi comparti in cui gli operai sono ancora fortemente organizzati e combattivi. Un attacco che non è isolato, ma si inserisce in una tendenza più ampia che attraversa tutto l’Occidente.
Il settore operaio è in contrazione, perde status e sicurezze, e vede davanti a sé la prospettiva di essere progressivamente livellato verso il basso, fino a condividere condizioni e sfruttamento con le altre forme di lavoro manuale. Per l’operaio bianco, la percezione di questa discesa è profondamente destabilizzante. Per la destra, invece, è una leva potentissima: basta indicare un nemico – l’immigrato, l’ambientalismo, il “politicamente corretto” – e promettere un ritorno all’ordine perduto.
La narrazione della “conquista dell’operaio di fabbrica” è un trofeo da esibire. È il simbolo della presunta vittoria definitiva sulla sinistra, tutta, senza distinzioni. Chi prima di noi ha analizzato a fondo i cicli storici insegna che quando una classe è in decadenza tende a diventare conservatrice, se non apertamente reazionaria, e si batte con veemenza per difendere lo status perduto, anche a costo di alleanze contraddittorie. Oggi questa alleanza non è affatto compiuta, né sul piano sociale né su quello elettorale. E, soprattutto, nessuno dalla nostra parte ha abbandonato il mondo del lavoro vivo, un mondo del lavoro che nello storico settore operaio ha ancora forza e capacità per potersi porre come asse centrale di possibili lotte future che possano andare oltre le mere rivendicazioni economiche. La destra lo sa e per questo da tempo lavora sulla mitologia dell’operaio “che vota” a destra mentre smantella ciò che rimane dell’industria italiana e del settore operaio organizzato.
Non è detto che le millanterie della propaganda di destra non possano un giorno trasformarsi in realtà. Ma se accadrà, dipenderà anche – e in buona parte – da noi.
Discutiamone. E agiamo.






